gli eroi si dimenticano, i modelli si seguono...

16/9/1970: Mauro De Mauro, redattore del quotidiano "L'Ora", rapito a Palermo e mai più ritrovato.
Nell'aprile del 2006 è iniziato il processo per la sua morte, che vede, per ora, come unico imputato Totò Riina.Gli assassini materiali - Teresi, D'Agostino, Giaconia - non possono essere processati, essendo tutti e tre stati uccisi a propria volta.
Il 20 settembre 2007 a Conflenti, in Calabria, viene riesumata una salma - la cui sepoltura risale al 1971 - che si pensava potesse essere quella di De Mauro. Ma nel marzo 2008 l'esame del DNA ha smentito l'ipotesi. Secondo le affermazioni del pentito Francesco Marino Mannoia il corpo di De Mauro sarebbe stato sciolto nell'acido.
Nel 2001 il boss pentito Francesco Di Carlo rese testimonianza ai magistrati di Palermo sulle ultime ore di De Mauro. Nel verbale si legge che « ... Quel rompicoglioni di De Mauro aveva ficcato il naso negli affari dei Salvo e nel legame con i fascisti di Borghese. Il 9 agosto (1970) Vito Guarrasi, che morì del tutto impunito due anni or sono (nel 1999), dopo aver parlato a Roma col principe Junio Valerio Borghese, coi generali del SID Vito Miceli e Gianadelio Maletti. Al ritorno, in una riunione tenuta a casa del boss Giuseppe Giacomo Gambino, assieme ai capimafia Bernardo Provenzano, Pippo Calderone, Luciano Liggio, Gaetano Badalamenti, Totò Riina, Stefano Bontade e Giuseppe Di Cristina, decisero per la sua eliminazione. ».  
Il 22 ottobre 2010 al processo per la sua morte, Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino, sostiene di avere appreso dal padre che De Mauro sarebbe stato ucciso su "input istituzionali", di apparati dello Stato. Sempre secondo lui, il padre gli avrebbe raccontato che il magistrato Pietro Scaglione sarebbe stato ucciso perché aveva preso in mano l'indagine sull'omicidio De Mauro e che "De Mauro aveva fatto inchieste su situazioni molto più grandi di lui". 
Il 22 aprile 2011, nella requisitoria, viene chiesto l'ergastolo per Riina, oltre all'isolamento diurno per tre anni. In data 10 giugno 2011 Totò Riina viene assolto, per "incompletezza della prova" (ex art. 530 c.p.p.), dalla Corte d'Assise di Palermo per l'omicidio De Mauro. Oltre un anno dopo, il 7 agosto 2012 viene deposita dalla Corte d'Assise la motivazione di quella sentenza, ove si ipotizza che il giornalista venne eliminato «perché si era spinto troppo oltre nella sua ricerca della verità sulle ultime ore di Enrico Mattei».






5/5/1971: a Palermo, fu ucciso il procuratore capo della Procura di Palermo, Pietro Scaglione, definito – in sede giurisdizionale penale – “un magistrato integerrimo, persecutore spietato della mafia”.  Nell'attentato perse la vita anche l’agente di custodia Antonio Lorusso.
Non si conoscono ancora mandanti ed esecutori del duplice omicidio.
Pietro Scaglione affermò che "la mafia aveva origini politiche e che i mafiosi di maggior rilievo bisognava snidarli nelle pubbliche amministrazioni”.


 
20/8/1977: il colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo e l'insegnante Filippo Costa vengono uccisi mentre passeggiano nei boschi della Ficuzza.

Comandante del Nucleo Investigativo di Palermo e uomo di fiducia di Carlo Alberto Dalla Chiesa, l’ufficiale calabrese era l’unico, insieme al giudice Cesare Terranova e al commissario Boris Giuliano, ad aver intuito la pericolosità dei Corleonesi di Totò Riina nell’organigramma criminale degli anni Settanta. “Un nemico irriducibile dei mafiosi”, lo definivano i colleghi, che voleva mettere i bastoni tra le ruote a Cosa nostra nella sua brutale caccia ai subappalti, che gravitavano attorno alla costruzione della diga Garcia. L’affare del secolo per le cosche; ma non fu solamente quello a costargli la vita. Il fatto che fosse un mastino alle calcagna di Riina e Provenzano decretò la sua condanna a morte
Per il suo assassinio erano stati inizialmente condannati come mandante Rosario Cascio e come esecutori i pastori Rosario Mulè, Salvatore Bonello e Casimiro Russo, ma nel 1997 sono stati assolti. In verità, si seppe in seguito, i mandanti del delitto furono Totò Riina e Bernardo Provenzano, mentre il commando che assassinò il colonnello Russo era formato da Leoluca Bagarella, Pino Greco, Giovanni Brusca e Vincenzo Puccio.


Filippo Costa, un insegnante che non aveva niente a che fare col mondo della mafia, morì insieme all’ufficiale, colpevole solo di aver voluto fare quattro passi con un amico.


9/5/1978: Giuseppe (Peppino) Impastato è stato un politico, attivista e conduttore radiofonico italiano, famoso per le denunce delle attività della mafia in Sicilia, che gli costarono la vita.,
Nel gennaio 1988, il Tribunale di Palermo invia una comunicazione giudiziaria a Badalamenti. Nel maggio del 1992 lo stesso tribunale decide l'archiviazione del caso Impastato, ribadendo la matrice mafiosa del delitto, ma escludendo la possibilità di individuare i colpevoli e ipotizzando la possibile responsabilità dei mafiosi di Cinisi alleati dei corleonesi.
Nel maggio del 1994 il Centro Impastato presenta un'istanza per la riapertura dell'inchiesta, accompagnata da una petizione popolare.
Nel giugno del 1996, l'inchiesta viene formalmente riaperta. 
Nel novembre del 1997 viene emesso un ordine di cattura per Badalamenti, incriminato come mandante del delitto. 
Il 10 marzo 1999 si svolge l'udienza preliminare del processo contro Vito Palazzolo, mentre la posizione di Badalamenti viene stralciata.
I familiari, il Centro Impastato, Rifondazione comunista, il Comune di Cinisi e l'Ordine dei giornalisti chiedono di costituirsi parte civile e la loro richiesta viene accolta. 
Il 4 maggio, nel procedimento contro Palazzolo, e il 21 settembre, nel processo contro Badalamenti, vengono respinte le richieste di costituzione di parte civile del Centro Impastato, di Rifondazione comunista e dell'Ordine dei giornalisti.
Nel 1998 presso la Commissione parlamentare antimafia si è costituito un Comitato sul caso Impastato e il 6 dicembre 2000 è stata approvata una relazione sulle responsabilità di rappresentanti delle istituzioni nel depistaggio delle indagini. Nella commissione si rendono note le posizioni favorevoli all'ipotesi dell'attentato terroristico poste in essere dai seguenti militari dell'arma: il Maggiore Tito Baldo Honorati; il maggiore Antonio Subranni; il maresciallo Alfonso Travali.
Il 5 marzo 2001 la Corte d'assise ha riconosciuto Vito Palazzolo colpevole e lo ha condannato a trent'anni di reclusione. 
L'11 aprile 2002 Gaetano Badalamenti è stato condannato all'ergastolo.


26/1/1979: a Palermo ucciso il cronista del Giornale di Sicilia Mario Francese.

Giornalista de "Il Giornale di Sicilia" di Palermo, dove si occupa della cronaca giudiziaria entrando in contatto con gli scottanti temi del fenomeno mafioso.
Si occupò della strage di Ciaculli, del processo ai corleonesi del 1969 a Bari, dell'omicidio del colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo e fu l'unico giornalista a intervistare la moglie di Totò Riina, Antonietta Bagarella. Nelle sue inchieste entrò profondamente nell'analisi dell'organizzazione mafiosa, delle sue spaccatture, delle famiglie e dei capi specie del corleonese legato a Luciano Liggio e Totò Riina 

La sera del 26 gennaio 1979 venne assassinato a Palermo, davanti casa.

Per l'assassinio sono stati condannati: Totò Riina, Leoluca Bagarella (che sarebbe stato l'esecutore materiale del delitto), Raffaele Ganci, Francesco Madonia, Michele Greco e Bernardo Provenzano. Le motivazioni della condanna nella sentenza d'appello furono: «Il movente dell' omicidio Francese è sicuramente ricollegabile allo straordinario impegno civile con cui la vittima aveva compiuto un'approfondita ricostruzione delle più complesse e rilevanti vicende di mafia degli anni '70».
Nel 2002 si suicidò il figlio Giuseppe, giornalista trentaseienne, che per anni si era dedicato a inchieste sulla ricostruzione dell'omicidio del padre.

12/7/1979: a Milano viene ucciso Giorgio Ambrosoli
L'avvocato fu assassinato da un sicario ingaggiato dal banchiere siciliano Michele Sindona, sulle cui attività Ambrosoli indagò nell'ambito dell'incarico di commissario liquidatore della Banca Privata Italiana.
Nel corso dell'analisi svolta dall'avvocato emersero le gravi irregolarità di cui la banca si era macchiata e le numerose falsità nelle scritturazioni contabili, oltre alle rivelazioni dei tradimenti e delle connivenze di ufficiali pubblici con il mondo opaco della finanza di Sindona.
Contemporaneamente a questa opera di controllo Ambrosoli cominciò ad essere oggetto di pressioni e di tentativi di corruzione. Queste miravano sostanzialmente a ottenere che avallasse documenti comprovanti la buona fede di Sindona. Se si fosse ottenuto ciò lo Stato Italiano, per mezzo della Banca d'Italia, avrebbe dovuto sanare gli ingenti scoperti dell'istituto di credito. Sindona, inoltre, avrebbe evitato ogni coinvolgimento penale e civile.

Ambrosoli non cedette, sapendo di correre notevoli rischi. Nel 1975 indirizzò una lettera alla moglie in cui scrisse:
« Anna carissima, è il 25.2.1975 e sono pronto per il deposito dello stato passivo della B.P.I.(...) 
 E' indubbio che pagherò a molto caro prezzo l'incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto perché per me è stata un'occasione unica di fare qualcosa per il paese. Con l'incarico, ho avuto in mano un potere enorme e discrezionale al massimo ed ho sempre operato - ne ho la piena coscienza - solo nell'interesse del paese, creandomi ovviamente solo nemici (...). Qualunque cosa succeda, comunque, tu sai che cosa devi fare (...). Sarà per te una vita dura, ma sei una ragazza talmente brava che te la caverai sempre e farai come sempre il tuo dovere costi quello che costi (...) Giorgio »
Ai tentativi di corruzione fecero presto seguito minacce esplicite. Malgrado ciò, Ambrosoli confermò la necessità di liquidare la banca e di riconoscere la responsabilità penale del banchiere.
Nel corso dell'indagine emerse, inoltre, la responsabilità di Sindona anche nei confronti di un'altra banca, la statunitense Franklin National Bank, le cui condizioni economiche erano ancora più precarie. L'indagine, dunque, vide coinvolta non solo la magistratura italiana, ma anche l'FBI.
Nella sua indagine sulla banca di Sindona, Ambrosoli poté contare solo su Ugo La Malfa come referente politico, mentre il maresciallo della Guardia di Finanza Silvio Novembre gli fece da guardia del corpo. Nonostante le minacce di morte, infatti, ad Ambrosoli non fu accordata alcuna protezione da parte dello Stato. 
In Bankitalia, poté contare sul sostegno di Paolo Baffi, il governatore, e di Mario Sarcinelli, capo dell'Ufficio Vigilanza, ma solo fino al marzo del 1979, quando entrambi furono incriminati per favoreggiamento e interesse privato in atti d'ufficio nel corso di un'inchiesta sul mancato esercizio della vigilanza sugli istituti di credito legata al caso Roberto Calvi-Banco Ambrosiano. Baffi si dimise il 16 agosto 1979, lasciando l'incarico di Governatore a Carlo Azeglio Ciampi, mentre per Sarcinelli fu eseguito il mandato di arresto in carcere.

In un clima di tensione e di pressioni anche politiche molto forti, Ambrosoli concluse la sua inchiesta. Avrebbe dovuto sottoscrivere una dichiarazione formale il 12 luglio 1979.

La sera dell'11 luglio 1979, rincasando dopo una serata trascorsa con amici, Ambrosoli fu avvicinato sotto il suo portone da uno sconosciuto. Questi si scusò e gli esplose contro quattro colpi .357 Magnum. Ad ucciderlo fu William Joseph Aricò, un sicario fatto appositamente venire dagli Stati Uniti e pagato con 25 000 dollari in contanti ed un bonifico di altri 90 000 dollari su un conto bancario svizzero.
Nessuna autorità pubblica presenziò ai funerali di Ambrosoli, ad eccezione di alcuni esponenti della Banca d'Italia.
Nel 1981, con la scoperta delle carte di Licio Gelli a Castiglion Fibocchi, si ha la conferma del ruolo della loggia massonica P2 nelle manovre per salvare Sindona.
Il 18 marzo 1986 a Milano, Michele Sindona e Roberto Venetucci (un trafficante d'armi che aveva messo in contatto Sindona col killer) furono condannati all'ergastolo per l'uccisione dell'avvocato Ambrosoli.


21/7/1979: Boris Giorgio Giuliano, poliziotto italiano, investigatore della Polizia di Stato e capo della Squadra Mobile di Palermo.

Nel 1979, Giuliano aveva esperienza in indagini sulla mafia, sul traffico mafioso degli stupefacenti, sui rapporti fra mafia e politica, sul caso Mattei, sul caso De Mauro, su Sindona e il suo falso rapimento, e forse ancora su altre vicende che a queste dovevano collegarsi.
Diresse le indagini con metodi innovativi e determinazione, facendo parte di una cerchia nei fatti isolata di funzionari dello Stato che, a partire dalla fine degli anni settanta, iniziarono un'autentica lotta contro la mafia dopo che, nella deludente stagione degli anni sessanta, troppi processi erano falliti per mancanza di prove.
Poco prima di morire aveva avviato un’inchiesta sul riciclaggio del denaro sporco, iniziando a dipanare la ragnatela di complicità finanziarie ed imprenditoriali creata dalla mafia intorno a questi flussi di denaro. Fu questa tenacia a condannarlo a morte.

Il 21 luglio 1979, mentre pagava il caffè in un bar di via Di Blasi, a Palermo, Leoluca Bagarella gli sparò a distanza ravvicinata sette colpi di pistola alle spalle, uccidendolo. Mandanti ed esecutori dell’assassinio vennero arrestati negli anni successivi e condannati all’ergastolo.

Boris Giuliano lasciò la moglie ed un figlio il quale, anni dopo, si arruolò nella Polizia di Stato, seguendo le orme del padre.





25/9/1979: a Palermo il giudice istruttore Cesare Terranova e il suo autista, il maresciallo di polizia Lenin Mancuso.

 Magistrato italiano, capo dell'Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, era già stato procuratore d'accusa al processo contro la mafia corleonese tenutosi nel 1969 a Bari, dove però quasi tutti gli imputati furono assolti. 
Fu procuratore della Repubblica a Marsala fino al 1973 dove si occupò del "mostro" Michele Vinci. Si distinse per aver processato e condannato all'ergastolo, nel 1974, la "Primula rossa" di Corleone, Luciano Liggio (già assolto al processo di Bari).
Fu deputato alla Camera, nella lista del PCI, come indipendente di sinistra, dal 1972 al 1979, e fu membro della Commissione parlamentare Antimafia nella VI Legislatura, durante la quale contribuì, insieme ad altri deputati del PCI, ad elaborare la famosa relazione di minoranza in cui si criticavano aspramente le conclusioni di quella della maggioranza, guidata dal deputato democristiano Luigi Carraro. In quella relazione, infatti, erano sottaciuti o sottovalutati i collegamenti fra mafia e politica, e in particolar modo il coinvolgimento della DC in numerose vicende di mafia. 
Dopo l'esperienza parlamentare, tornò in magistratura per essere nominato Consigliere presso la Corte di appello di Palermo.

Insieme a lui venne assassinato in un agguato mafioso il 25 settembre 1979 l'amico e uomo di scorta Maresciallo Lenin Mancuso, pochissimo tempo dopo che il giudice aveva chiesto di essere nominato capo dell'ufficio istruzione di Palermo. 

Gli assassini sono rimasti a lungo  ignoti.
Francesco Di Carlo, di Altofonte, esponente di spicco del mandamento di San Giuseppe Jato, uomo di fiducia di Bernardo Brusca, indica in Luciano Liggio, morto di infarto nel 1993, nel carcere di Nuoro, come colui che ha deciso l'assassinio del giudice e come esecutori materiali: Giuseppe Giacomo Gambino, Vincenzo Puccio, Giuseppe Madonia e Leoluca Bagarella. E' stato riaperto il procedimento contro altre sette persone, esponenti della cupola palermitana, che diedero il permesso di eliminare il giudice, perché stava per diventare giudice istrutture nella commissione antimafia: Michele Greco, Bernardo Brusca, Pippo Calò, Antonino Geraci, Francesco Madonia, Totò Riina e Bernardo Provenzano.



 6/1/1980: il presidente della regione Sicilia Piersanti Mattarella, politico della sinistra democristiana.

Il 6 gennaio 1980, appena entrato in auto insieme con la moglie e col figlio per andare a messa, un killer si avvicinò al suo finestrino e lo uccise a colpi di pistola.

In quel periodo stava portando avanti un'opera di modernizzazione dell'amministrazione regionale. Si presume che ad ordinare la sua uccisione fu Cosa Nostra, a causa del suo impegno nella ricerca di collusioni tra mafia e politica.

Inizialmente considerato un attentato terroristico poiché subito dopo il delitto arrivarono rivendicazioni da parte di un sedicente gruppo neo-fascista, il delitto fu indicato da Tommaso Buscetta come delitto di mafia. Secondo il collaboratore di giustizia Francesco Marino Mannoia, Giulio Andreotti era consapevole dell'insofferenza della mafia per la condotta di Mattarella, ma non avvertì né l'interessato né la magistratura, pur avendo partecipato ad almeno due incontri con capi mafiosi aventi ad oggetto proprio la politica di Piersanti Mattarella e, poi, il suo omicidio. Il fatto viene riportato nella sentenza del giudizio di Appello del lungo processo allo stesso Giulio Andreotti confermata dalla Cassazione nel 2004. La stessa sentenza afferma che l'allontanamento di Andreotti dal sodalizio mafioso fu dovuta proprio all'efferato delitto Mattarella.

  

4/5/1980: a Monreale (Palermo) il capitano dei carabinieri Emanuele Basile.
 I giudici palermitani sostengono che Basile fu ucciso perché aveva continuato le indagini che stava svolgendo il commissario Giuliano quando venne assassinato. 
Nell’ordinanza del maxiprocesso ,viene ricordata in particolare una operazione che il capitano dell’Arma compì il 6 febbraio dell’80 quando arrestò, solo su sua iniziativa, alcuni mafiosi che rappresentavano lo stato maggiore della cosca corleonese.

La sera del 4 maggio 1980 mentre era intento con la figli piccola e alla moglie ad assistere allo spettacolo pirotecnico della festa del Santissimo Crocefisso giù al Monreale, Basile viene sparato alle spalle da un killer della mafia che poi fuggirà in auto atteso da due complici. Basile viene trasportato all’ospedale di Palermo dove i medici tenteranno di salvargli la vita con un delicato intervento chirugico ma il carabiniere muore durante l’operazione lasciando nel dolore la moglie e lo stesso Borsellino che era corso in ospedale. 

Il suo assassino verrà catturato subito dopo l’omicidio dai carabinieri ma verrà assolto tre anni creando sgomento e rabbia sia nei magistrati sia nei suoi colleghi..
Dai documenti processuali è stato accertato che Emanuele Basile è stato ucciso da Armando Bonanno ( poi scomparso con il metodo della lupara bianca), Giuseppe Madonia, Vincenzo Puccio (ucciso il 9 maggio 1989) e Giovanni Brusca. Sono stati condannati anche i boss della commissione di Cosa Nostra.


 6/8/1980: Gaetano Costa, procuratore capo di Palermo. Aveva appena firmato sessanta ordini di cattura contro altrettanti mafiosi, dopo che i suoi sostituti si erano rifiutati di farlo.

Sin dagli anni sessanta, intuì che la mafia aveva subito una radicale mutazione e che si era annidata nei gangli vitali della pubblica amministrazione controllandone gli appalti, le assunzioni e la gestione in genere.
Inutilmente, all'epoca, richiamò l'attenzione delle massime autorità sul fatto che un'efficace lotta alla mafia imponeva la predisposizione di strumenti legislativi che consentissero di indagare sui patrimoni dei presunti mafiosi e di colpirli.

Nel gennaio del 1978 fu nominato Procuratore capo di Palermo ma la reazione del “Palazzo” fu, in larga misura, negativa, tanto da far sì che si ritardasse la sua immissione in possesso sino al luglio di quell'anno.

Di lui scrisse un suo sostituto che era un uomo “di cui si poteva comperare solo la morte”.


Fu assassinato dalla mafia il 6 agosto 1980, mentre sfogliava dei libri su una bancarella, sita in un marciapiede di via Cavour a Palermo, a due passi da casa sua, venne raggiunto da tre colpi di pistola sparatigli alle spalle da due killer in moto, e morì dissanguato. Causa di quella spietata esecuzione, il fatto che egli avesse firmato personalmente dei mandati di cattura nei confronti del boss Rosario Spatola ed alcuni dei suoi uomini che altri suoi colleghi si erano rifiutati di firmare. Il delitto venne sicuramente ordinato dal clan mafioso capeggiato da Salvatore Inzerillo.

Nessuno è stato condannato per la sua morte ancorché la Corte di assise di Catania ne abbia accertato il contesto individuandolo nella zona grigia tra affari, politica e crimine organizzato.


 30/4/1982: Pio La Torre, segretario del P.C.I. siciliano  e  Rosario Di Salvo, suo amico e compagno di partito che l’accompagnava in macchina nei suoi spostamenti. 

 Nel 1972 Pio La Torre venne eletto deputato nel collegio Sicilia occidentale. Propose una legge che introduceva il reato di associazione mafiosa (Legge Rognoni-La Torre) ed una norma che prevedeva la confisca dei beni ai mafiosi (scopo poi raggiunto dall'associazione Libera, che raccolse un milione di firme al fine di presentare una proposta di legge, che si concretizzò poi nella legge 109/96). Rieletto alla Camera nel 1976 e nel 1979.

Alle 9:20 del 30 aprile 1982, con una Fiat 131 guidata da Rosario Di Salvo, Pio La Torre stava raggiungendo la sede del partito.  Quando la macchina si trovò in una strada stretta, una moto di grossa cilindrata obbligò Di Salvo, che guidava, ad uno stop, immediatamente seguito da raffiche di proiettili. Da un'auto scesero altri killer a completare il duplice omicidio. Pio La Torre morì all'istante mentre Di Salvo ebbe il tempo per estrarre una pistola e sparare alcuni colpi, prima di soccombere.

Poco dopo l'omicidio fu rivendicato dai Gruppi proletari organizzati. Dopo nove anni di indagini, nel 1991, i giudici del tribunale di Palermo chiusero l'istruttoria rinviando a giudizio nove boss mafiosi aderenti alla Cupola mafiosa di Cosa Nostra. Per quanto riguarda il movente si fecero varie ipotesi, ma nessuna di queste ottenne riscontri effettivi. Nel 1992, un mafioso pentito, Leonardo Messina, rivelò che Pio La Torre fu ucciso su ordine di Totò Riina, capo dei corleonesi, a causa della sua proposta di legge riguardante i patrimoni dei mafiosi.
Alcuni hanno sostenuto l'ipotesi che quello di Pio La La Torre sia un omicidio di natura politica. Dalle carte dei servizi segreti risulta che La Torre viene pedinato fino a una settimana prima della morte. Il movente, in questa chiave di lettura, è da ricercare nelle intuizioni dell'onorevole: parlando in Parlamento associa l’omicidio di Piersanti Mattarella con il caso Sindona e con la riscoperta di una vocazione americana della mafia siciliana. È La Torre a conoscere i risvolti più segreti dell’attività del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa; a comprendere il peso della P2; a intuire la posta in gioco con l’installazione della base missilistica Usa a Comiso; a intravedere, con nove anni di anticipo, il peso di strutture come Gladio.


  
16/6/1982: la strage della cironvallazione: agguato al furgone che stava trasportando Alfio Ferlito dal carcere di Enna a quello di Trapani. Oltre al boss catanese, muoiono tre carabinieri di scorta e l’autista del mezzo.
  
Dopo una faida tra i suoi fedelissimi e quelli di Nitto Santapaola, suo rivale, è stato ucciso mentre veniva trasferito a Trapani in quella che fu ricordata come la strage della circonvallazione, l'attentato mafioso che venne messo in atto il 16 giugno 1982 sulla circonvallazione di Palermo.

Nell'attentato diretto contro il mafioso Alfio Ferlito, persero la vita l'appuntato Silvano Franzolin, allora 41enne, assieme ai carabinieri Luigi D Barca, di 25 anni, originario di Valguarnera Caropepe e Salvatore Raiti, 20 anni, di Siracusa, stavano traducendo dal carcere di Enna a quello di Favignana il detenuto.
L’auto su cui viaggiava il mafioso, alla cui guida c’era il civile Giuseppe Di Lavore, 26enne di Enna, non appena giunta sulla circonvallazione di Palermo, fu affiancata da altre due autovetture di grossa cilindrata, rubate pochi mesi prima, dalle quali i killer esplosero numerosi colpi di fucile Kalaschnikov e di lupara. Dopo il mortale agguato, i componenti il commando mafioso si allontanarono, incendiando successivamente le auto e cambiando veicolo per non lasciare alcuna traccia.

Si ritiene che il mandante sia stato Nitto Santapaola, ma una sentenza della Corte d'assise di Palermo del settembre 1995 ha assolto il boss catanese condannando alcuni membri della cupola mafiosa di Palermo.





 3/9/1982: Palermo. Strage di via Carini. Uccisi il prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa, la moglie Emanuela Setti Carraro e Domenico Russo, l'autista che li seguiva sull'auto di servizio.

 « [...] ci sono cose che non si fanno per coraggio. Si fanno per potere continuare a guardare serenamente negli occhi i propri figli e i figli dei propri figli. C’è troppa gente onesta, tanta gente qualunque, che ha fiducia in me. Non posso deluderla. »

 Carlo Alberto Dalla Chiesa è stato un generale e prefetto italiano. Fondò il Nucleo Speciale Antiterrorismo, fu vice comandante generale dell'Arma dei Carabinieri e prefetto di Palermo.

Dopo brillanti risultati nella lotta contro il terrorismo, nel 1982 viene nominato dal consiglio dei ministri prefetto di Palermo, e posto contemporaneamente in congedo dall'Arma. Il tentativo del governo è quello di ottenere contro Cosa nostra gli stessi risultati brillanti ottenuti contro le Brigate Rosse. Dalla Chiesa inizialmente si dimostrò perplesso da tale nomina, ma venne convinto dal ministro Virginio Rognoni, che gli promise poteri fuori dall'ordinario per contrastare la guerra tra le cosche che insanguinava l'isola.
 
A Palermo, dove arrivò ufficialmente nel maggio del 1982, lamentò più volte la carenza di sostegno da parte dello stato (emblematica la sua amara frase: "Mi mandano in una realtà come Palermo, con gli stessi poteri del prefetto di Forlì").
In una intervista concessa a Giorgio Bocca, il Generale dichiarò ancora una volta la carenza di sostegno e di mezzi, necessari per la lotta alla mafia, che nei suoi piani doveva essere combattuta strada per strada, rendendo palese la massiccia presenza di forze dell'ordine alla criminalità.

Comincia ad ottenere i primi successi investigativi, con i carabinieri che irrompono durante un summit di mafia e arrestano 10 boss corleonesi, e successivamente scoprono e smantellano una raffineria di eroina.
Nel giugno del 1982 riesce a sviluppare, come già aveva fatto in passato, una sorta di mappa dei boss della nuova Mafia, che chiama rapporto dei 162. Poi inizia una lunga serie di arresti, di indagini, anche in collaborazione con la Guardia di Finanza, che hanno come obiettivo quello di appurare eventuali collusioni tra politica e Cosa nostra.

Per la prima volta, con una telefonata fatta ai carabinieri di Palermo a fine agosto, Cosa nostra sembrò annunciare l'attentato al Generale, dichiarando che dopo gli ultimi omicidi di mafia l'operazione Carlo Alberto è quasi conclusa, dico quasi conclusa.

Alle ore 21.15 del 3 settembre del 1982, la A112 bianca sulla quale viaggiava il prefetto, guidata dalla moglie Emanuela Setti Carraro, fu affiancata, in via Isidoro Carini, a Palermo, da una BMW dalla quale partirono alcune raffiche di Kalashnikov AK-47 che uccisero il prefetto e la moglie.
Nello stesso momento l'auto con a bordo l'autista e agente di scorta, Domenico Russo, che seguiva la vettura del prefetto, veniva affiancata da una motocicletta dalla quale partì un'altra raffica che uccise Russo.

Il 5 settembre al quotidiano La Sicilia arrivò un'altra telefonata anonima, che annunciò: L'operazione Carlo Alberto è conclusa

Per l'omicidio di dalla Chiesa, di Setti Carraro e di Domenico Russo sono stati condannati all'ergastolo come mandanti i vertici di Cosa Nostra, nelle persone di Totò Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco, Pippo Calò, Bernardo Brusca e Nenè Geraci.
Nel 2002, sono stati condannati in primo grado quali esecutori materiali dell'attentato, Vincenzo Galatolo e Antonino Madonia entrambi all'ergastolo, Francesco Paolo Anzelmo e Calogero Ganci a 14 anni di reclusione ciascuno.

 

 25/1/1983: Giangiacomo Ciaccio Montalto, giudice di Trapani.

In Magistratura dal 1970, era Sostituto procuratore della Repubblica di Trapani, dove era arrivato nel 1971.
Aveva svolto le indagini sui clan trapanesi dediti al traffico di droga, al commercio di armi, alla sofisticazione di vini, alle frodi comunitarie e agli appalti per la ricostruzione del Belice, e sui collegamenti tra mafia trapanese e Cosa nostra americana.

Fu ucciso mentre rientrava a casa a Valderice, privo di scorta e di auto blindata, nonostante le minacce ricevute. Aveva quarant’anni e lasciava la moglie e tre figlie. Entro poche settimane, si sarebbe dovuto trasferire, su sua richiesta, in Toscana. 

Dell'omicidio fu accusato il boss trapanese Totò Minore, che all'epoca risultava latitante, che però, e si accertò solo nel 1998, era stato eliminato l'anno prima dai corleonesi. La mafia ritenne che in Toscana, il magistrato che bene conosceva uomini e cose di Cosa nostra, potesse interferire con gli interessi che in quella regione stava sviluppando il fratello di Totò Riina.
  

13/6/1983: Monreale (Palermo). Assassinato il capitano dei carabinieri Mario D'Aleo, comandante della locale compagnia. Con lui cadono l’appuntato Bonmarito e il carabiniere Marici

il 13 giugno 1983, in via Cristoforo Scobar due uomini, giunti dinanzi al civico 22, camminando tranquillamente, estrassero le pistole e cominciarono a sparare. Un altro killer munito di fucile - improvvisamente sceso da una Fiat 131 di colore arancione scuro, rubata, che si era avvicinata - supportò la loro azione. Una pioggia di colpi investì tre carabinieri in divisa, appena giunti a bordo di un' auto di servizio Fiat Ritmo. Non ebbero nemmeno il tempo di rendersi conto di quanto stava accadendo e di impugnare le armi, trovate poi riposte nelle fondine. Morivano così il capitano Mario D' Aleo, l' appuntato Giuseppe Bommarito e il carabiniere Pietro Morici (autista che grazie alla sua professionalità e serietà si era conquistato la fiducia di Basile prima e D’Aleo poi). 

Quel delitto non è rimasto impunito. Il movente mafioso è stato accertato, la decisione fu deliberata dalla commissione provinciale di Cosa nostra e molti responsabili sono stati arrestati e condannati.

DALLA SENTENZA DEL 16 NOVEMBRE 2001 PER L’OMICIDIO D’ALEO, BOMMARITO E MORICI:
“… il Capitano Mario D’Aleo era subentrato, nel comando della Compagnia dei CC. Monreale, al Capitano Emanuele Basile che era stato ucciso da Cosa Nostra il 4.5.1980.
Fin dal momento del suo insediamento, il Capitano D’Aleo aveva proseguito, con lo stesso zelo, l’attività di polizia giudiziaria del suo predecessore, volta a contrastare gli interessi mafiosi nel territorio ove imperversava la potente cosca di San Giuseppe Jato, comandata da Brusca Bernardo ed avente come referente, a Monreale, Damiani Salvatore. L’ufficiale aveva, pertanto, avviato una serie di indagini indirizzate a colpire le iniziative economiche riferibili ai suddetti esponenti mafiosi ed alla cattura dei latitanti che si nascondevano nella zona, fra i quali lo stesso Brusca Bernardo, avvalendosi a tal fine anche della collaborazione dell’Appuntato Bommarito, il quale aveva già operato a fianco del Capitano Basile. L’Appuntato Bommarito, con il Capitano Basile, si era occupato di penetranti indagini nei confronti di Damiani Salvatore, nel corso delle quali i militari avevano sorpreso il boss mentre teneva una riunione con altri soggetti ritenuti appartenenti ad associazione mafiosa e ne era scaturito un conflitto a fuoco. E tali precedenti avevano indotto il Capitano D’Aleo a ritenere che il Damiani fosse coinvolto, quale mandante, nell’omicidio del suo predecessore; sicché l’ufficiale non aveva mai distolto la sua attenzione su quel boss, sottoponendolo fra l’altro ad un fermo in quanto indiziato di essere coinvolto in alcuni episodi di “lupara bianca” verificatisi nell’82 e proponendolo per l’applicazione della misura di prevenzione, sia personale che patrimoniale.
Contemporaneamente, il Capitano D’Aleo si era attivato, anche mediante una serie di perquisizioni, al fine rintracciare il latitante Bernardo Brusca.”….

“…Il Capitano D’Aleo, al pari del suo predecessore, non si era limitato a ricercare quei pericolosi latitanti mediante un’azione pressante anche nei confronti dei loro familiari (come il giovane Brusca Giovanni), ma aveva sviluppato indagini dirette a colpire i ramificati interessi mafiosi nella zona.
Nel portare avanti quest’attività, anche tramite fermi ed arresti, l’Ufficiale aveva dimostrato pubblicamente di volere compiere il suo dovere, senza farsi condizionare dal potere mafioso acquisito dai boss e dal pericolo delle loro ritorsioni.”….

“….Alla stregua di quanto fin qui rilevato, può dunque affermarsi che l’omicidio del Capitano D’Aleo e degli altri due militari che lo accompagnavano, è da ascriversi a Cosa Nostra. Si volle così fermare l’azione di un coraggioso Carabiniere che avrebbe potuto ledere gli interessi ed il prestigio del sodalizio nel territorio del mandamento di San Giuseppe Jato, in quel periodo divenuto uno dei più importanti di Cosa Nostra. Addirittura, il Capitano D’Aleo stava mettendo in pericolo la latitanza di due boss del calibro di Bernardo Brusca e Riina Salvatore.” 

 Mario Giuseppe Pietro

29/7/1983: autobomba di via Pipitone Federico (Palermo) muoiono il capo dell’ufficio istruzione del tribunale Rocco Chinnici, due carabinieri della scorta e il portiere dello stabile Stefano Li Sacchi.
Nel novembre 1979, già magistrato di Cassazione, Rocco Chinnici viene promosso Consigliere Istruttore presso il Tribunale di Palermo. In questo periodo nasce l'idea di istituire un pool antimafia: «Un mio orgoglio particolare» - ha rivelato Chinnici - «è una dichiarazione degli americani secondo cui l'Ufficio Istruzione di Palermo è un centro pilota della lotta antimafia, un esempio per le altre Magistrature d'Italia. I Magistrati dell'Ufficio Istruzione sono un gruppo compatto, attivo e battagliero». 
Chinnici partecipò, quale relatore, a molti congressi e convegni giuridici e socio-culturali e credeva nel coinvolgimento dei giovani nella lotta contro la mafia. È stato il primo magistrato a recarsi nelle scuole per parlare agli studenti della mafia e dei pericoli della droga. 

In una delle sue ultime interviste, Chinnici ha detto:
«La cosa peggiore che possa accadere è essere ucciso. Io non ho paura della morte e, anche se cammino con la scorta, so benissimo che possono colpirmi in ogni momento. Spero che, se dovesse accadere, non succeda nulla agli uomini della mia scorta. Per un Magistrato come me è normale considerarsi nel mirino delle cosche mafiose. Ma questo non impedisce né a me né agli altri giudici di continuare a lavorare».

Rocco Chinnici è stato ucciso il 29 luglio 1983 con una Fiat 127 imbottita di esplosivo davanti alla sua abitazione in via Pipitone Federico a Palermo, all'età di cinquantotto anni. Ad azionare il detonatore che provocò l'esplosione fu il killer mafioso Antonino Madonia. Accanto al suo corpo giacevano altre tre vittime raggiunte in pieno dall'esplosione: il maresciallo dei carabinieri Mario Trapassi, l'appuntato Salvatore Bartolotta, componenti della scorta del magistrato, e il portiere dello stabile di via Pipitone Federico Stefano Li Sacchi.

Il Maresciallo Trapassi, grazie all'efficienza ed alla capacità mostrate nel servizio a fianco del Dott. Borsellino, venne individuato per assumere il ruolo di responsabile della sicurezza del magistrato che appariva - in quel particolare momento - come il più esposto: il Dott. Rocco Chinnici, capo dell'Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo. Accanto al Dott. Chinnici si fece apprezzare per le sue doti umane oltre che per quelle professionali, diventando presto un amico - non solo un valido collaboratore - del Magistrato. Purtroppo nessuna difesa era possibile contro una forma allora inedita di attentato: l'auto imbottita di tritolo, che pose fine alla sua vita il 29 luglio 1983. Lasciò la moglie e quattro figli, tutti in tenera età 

Nei primi anni settanta - in una Palermo che iniziava a confrontarsi con il problema dell'aggressione militare della mafia, l'appuntato Bartolotta conobbe per motivi di lavoro il Dott. Rocco Chinnici, allora giovane giudice dell'Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo. 
A fianco del Magistrato, tra il '71 e il '73 iniziò il servizio di scorta a personalità civili. Tra i due nacque anche un rapporto di amicizia profonda che durò anche dopo la cessazione delle esigenze di protezione del Giudice. Quando, alla fine degli anni settanta, Chinnici fu nuovamente sottoposto a misure di protezione, la richiesta dall'Appuntato Bartolotta di tornare a scortare il Giudice si incontrò con l'istanza di Chinnici, che lo indicava come il più adatto ad assolvere il delicato e rischioso compito di Agente di Tutela. In trent'anni di servizio, si distinse sempre per il coraggio, l'impegno e la professionalità, più volte riconosciuti con l'assegnazione di encomi solenni. Scomparve tragicamente il 29 luglio 1983, lasciando la moglie e 5 figli in età infantile,  

Stefano Li Sacchi, nel condominio di via Pipitone Federico n. 59, dove abitava il giudice Chinnici, lavorava come portiere. Chinnici, che con lui condivideva le origini rurali, lo stimava affettuosamente; si intratteneva spesso a parlargli delle problematiche condominiali o degli argomenti più disparati. Ma negli ultimi tempi preferiva indugiare poco nell'androne dello stabile: la sua preoccupazione costante era proprio quella di poter coinvolgere qualcun'altro in un eventuale attentato. Probabilmente anche Stefano Li Sacchi era consapevole del rischio che correva nel trovarsi vicino al Magistrato. Eppure ciò non lo indusse mai ad assumere un atteggiamento timoroso. Anzi ostentava con orgoglio il rapporto amichevole che aveva col Giudice, spesso accompagnandolo fino allo sportello della blindata. Anche lui ebbe, nell'ambito del suo lavoro, la libertà ed il coraggio di una scelta giusta e non condizionata dalla paura.

In Assise il giudice Antonino Saetta si contraddistinse per le dure pene inflitte ai killer di Rocco Chinnici, fu anche lui ucciso, insieme al figlio Stefano, in un tragico attentato il 25 settembre 1988 a Caltanissetta.

 

5/1/1984: a Catania, Giuseppe Fava, fondatore del settimanale "I Siciliani".

 « A che serve vivere, se non c'è il coraggio di lottare? »

 Giuseppe Fava, padre del giornalista Claudio Fava, è stato direttore responsabile del Giornale del Sud e fondatore de I Siciliani, secondo giornale antimafia in Sicilia.
 È stato ucciso nel gennaio 1984 e per quel delitto sono stati condannati alcuni membri del clan mafioso dei Santapaola. È stato il secondo intellettuale ad essere ucciso da Cosa nostra dopo Giuseppe Impastato (9 maggio 1978).

Nella primavera del 1980 gli venne affidata la direzione del Giornale del Sud e lui lo trasformò in un quotidiano coraggioso.
Fu in quel periodo che si riuscì a denunciare le attività di Cosa nostra, attiva nel capoluogo etneo soprattutto nel traffico della droga.
Per un anno il Giornale del Sud continuò senza soste il suo lavoro. Il tramonto della gestione Fava fu segnato da tre avvenimenti: la sua avversione all'installazione di una base missilistica a Comiso (poi effettivamente realizzata), la sua presa di posizione a favore dell'arresto del boss Alfio Ferlito e l'arrivo di una nuova cordata di imprenditori al giornale. I nomi dei nuovi editori dicevano poco: Salvatore Lo Turco, Gaetano Graci, Giuseppe Aleppo, Salvatore Costa.  Poi si scoprì che Lo Turco frequentava il boss Nitto Santapaola, e che Graci andava a caccia con il boss.
Inoltre erano iniziati gli atti di forza contro la rivista. Venne organizzato un attentato, a cui scampò, con una bomba contenente un chilo di tritolo. In seguito, la prima pagina del Giornale del Sud che denunciava alcune attività di Ferlito fu sequestrata prima della stampa e censurata, mentre il direttore era fuori.
Di lì a poco Pippo venne licenziato. Poco tempo dopo, il Giornale del Sud avrebbe chiuso i battenti per volontà degli editori.

Rimasto senza lavoro, Fava fonda una cooperativa, Radar, per poter finanziare un nuovo progetto editoriale e riesce a pubblicare il primo numero della rivista nel novembre 1982. La nuova rivista, con cadenza mensile, si chiama I Siciliani.
Diventò subito una delle esperienze decisive per il movimento antimafia. Probabilmente l'articolo più importante è il primo firmato Pippo Fava, intitolato I quattro cavalieri dell'apocalisse mafiosa. Si tratta di un'inchiesta-denuncia sulle attività illecite di quattro imprenditori catanesi, Carmelo Costanzo, Gaetano Graci (agrigentino di nascita), Mario Rendo e Francesco Finocchiaro, e di altri personaggi come Michele Sindona. Senza giri di parole, Fava collega i cavalieri del lavoro con il clan del boss Nitto Santapaola.
Nell'anno successivo, Rendo, Salvo Andò e Graci cercarono di comprare il giornale per poterlo controllare, ottenendo solo rifiuti. I Siciliani continuò ad essere una testata indipendente.

Il 28 dicembre 1983 in quella che sarà la sua ultima intervista a Enzo Biagi, sette giorni prima del suo assassinio, Fava racconta:
« Mi rendo conto che c'è un'enorme confusione sul problema della mafia. I mafiosi stanno in Parlamento, i mafiosi a volte sono ministri, i mafiosi sono banchieri, i mafiosi sono quelli che in questo momento sono ai vertici della nazione. Non si può definire mafioso il piccolo delinquente che arriva e ti impone la taglia sulla tua piccola attività commerciale, questa è roba da piccola criminalità, che credo abiti in tutte le città italiane, in tutte le città europee. Il fenomeno della mafia è molto più tragico ed importante… »

Alle ore 22 del 5 gennaio 1984 Giuseppe Fava si trovava in via dello Stadio e stava andando a prendere la nipote al Teatro Verga. Aveva appena lasciato la redazione del suo giornale. Non ebbe il tempo di scendere dalla sua Renault 5 che fu freddato da cinque proiettili calibro 7,65 alla nuca.

Non c'è alcuna volontà di indagare sugli assassini e questo lo si capisce subito, il giorno stesso del funerale, quando il sindaco di Catania, in totale spregio di ciò che è accaduto, dichiara che: "Catania è una città che non ha la mafia. La mafia è a Palermo". 
 Negli anni successivi si battono le piste più improbabili per cancellare la realtà dei fatti. Furono indagati tutti i movimenti economici di Fava, i suoi conti correnti ridotti a poche lire dopo che per fondare "I Siciliani" aveva venduto tutti i suoi averi nella convinzione che in Sicilia l'unico modo per fare informazione fosse possedere un proprio giornale.

Soltanto dieci anni dopo, nel 1994, c'è una svolta nelle indagini. Un pentito, Maurizio Avola, comincia a parlare e si autaccusa dell'omicidio Fava. Racconta di aver fatto parte del gruppo di fuoco permettendo così di riaprire il caso. Da quel momento in poi la magistratura catanese inizia a ricostruire le tracce di ciò che era realmente accaduto.

Emerge che quando Nitto Santapaola decide che è tempo di uccidere Fava, pronuncerà semplici e inequivocabili parole di condanna: "Questo noi dobbiamo farlo non tanto o non soltanto per noi. Lo dobbiamo ai cavalieri del lavoro perché se questo continua a parlare come parla e a scrivere come scrive, per i cavalieri del lavoro è tutto finito. Per loro e per noi".

Per offuscare il peso politico che la sua morte avrebbe potuto avere, per istillare il dubbio sull'onestà delle sue parole, la strategia delle calunnie era iniziata già da tempo. E quelle voci le diffondevano non solo uomini vicini ai boss, ma, cosa più grave, anche chi non era corrotto dal danaro della mafia: cronisti biliosi, politici ostili, persone rispettabili e rispettate che si sentivano messe sotto accusa da Giuseppe Fava, ancor più dal momento in cui il suo sacrificio urlava al cielo il loro colpevole silenzio. Successivamente, l'evidenza delle accuse lanciate da Fava sulle collusioni tra Cosa nostra e i cavalieri del lavoro catanesi viene rivalutata dalla magistratura, che avvia vari procedimenti giudiziari. L'attacco frontale che la mafia aveva messo in atto nei confronti delle istituzioni non poté passare inosservato. Dopo un primo stop nel 1985, per la sostituzione del sostituto procuratore aggiunto per "incompatibilità ambientale", il processo riprese a pieno ritmo solo nel 1994.

Nel 1998 si è concluso a Catania il processo denominato "Orsa Maggiore 3" dove per l'omicidio di Giuseppe Fava sono stati condannati all'ergastolo il boss mafioso Nitto Santapaola, ritenuto il mandante, Marcello D'Agata e Francesco Giammuso come organizzatori, e Aldo Ercolano come esecutore assieme al reo confesso Maurizio Avola. Nel 2001 le condanne all'ergastolo sono state confermate dalla Corte d'appello di Catania per Nitto Santapaola e Aldo Ercolano, accusati di essere stati i mandanti dell'omicidio. Assolti Marcello D'Agata e Franco Giammuso che in primo grado erano stati condannati all'ergastolo come esecutori dell'omicidio. L'ultimo processo si è concluso nel 2003 con la sentenza della Corte di Cassazione che ha condannato Santapaola ed Ercolano all'ergastolo e Avola a sette anni patteggiati.
Sono stati due i pentiti protagonisti del processo: Luciano Grasso e Maurizio Avola. Entrambi sono stati presi di mira da La Sicilia, che ha annunciato il pentimento di Grasso prima ancora che avesse potuto testimoniare contro gli assassini di Fava (poi effettivamente l'avrebbe fatto, ma ad un altro inquirente) e che ha cercato più volte di screditare Avola tramite Tony Zermo. Avola, in particolare, spiegò che Santapaola organizzò l'omicidio per conto di alcuni «imprenditori catanesi» e di Luciano Liggio: nessuno di questi però è stato condannato come mandante.


2/4/1985: Barbara Asta e i suoi due bimbi Giuseppe e Salvatore muoiono al posto del giudice Carlo Palermo, bersaglio dell'attentato lungo il tratto stradale Pizzolungo-Trapani.

« Mio fratello, una macchia sul muro... » 
 (Margherita Asta, figlia di Barbara Asta)

La mattina del 2 aprile del 1985, poco dopo le 8:35, sulla strada statale che attraversa Pizzolungo, posizionata sul ciglio della strada statale, un'autobomba è pronta per l'attentato al sostituto procuratore Carlo Palermo che dalla casa dove alloggia a Bonagia si sta recando al palazzo di Giustizia di Trapani a bordo di una 132 blindata, seguito da una Fiat Ritmo di scorta non blindata. In prossimità dell'auto carica di tritolo l'auto di Carlo Palermo, supera una Volkswagen Scirocco guidata da Barbara Rizzo, 30 anni, che accompagna a scuola i figli Salvatore e Giuseppe Asta, gemelli di 6 anni. L'utilitaria si viene a trovare tra l'autobomba e la 132. L'autobomba viene fatta esplodere comunque, nella convinzione che sarebbe saltata in aria anche l'auto di Carlo Palermo. L'esplosione si udì a chilometri di distanza.
L'utilitaria invece fa da scudo all'auto del sostituto procuratore che rimane solo ferito. Nella Scirocco esplosa muoiono dilaniati la donna e i due bambini. Il corpo squarciato della donna viene catapultato fuori dall'auto mentre i corpi a brandelli dei bambini finiscono dispersi molto più lontano. Sul muro di una palazzina a duecento metri di distanza una grossa macchia mostra dove è finito un corpicino irriconoscibile. 

 Le indagini sull'attentato vengono condotte dal procuratore della Repubblica di Caltanissetta Sebastiano Patané.Per quanto riguarda gli esecutori della strage, in primo e secondo grado sono stati condannati Gioacchino Calabrò, Vincenzo Milazzo, Filippo Melodia. Ma la sentenza è stata cassata nel ’91 perché gli imputati non avrebbero commesso il fatto. Tra quei giudici c’era Corrado Carnevale. Nel 2004, in primo grado sono stati condannati Balduccio Di Maggio, Vincenzo Virga e Totò Riina quali mandanti della strage.



28/7/1985: Beppe Montana, capo della squadra catturandi della polizia di Palermo.

Entrò a far parte della squadra mobile di Palermo ed in seno a questa fu posto alla testa della neonata sezione "Catturandi", che si occupa della ricerca dei latitanti. In questa veste ottenne risultati di rilievo, scoprendo nel 1983 l'arsenale di Michele Greco ed assicurando alle patrie galere nel 1984 Tommaso Spadaro, boss del contrabbando di sigarette e del traffico di droga. Aveva collaborato al "maxi blitz di San Michele" del pool antimafia, eseguendo parte dei 475 mandati di cattura. Con il pool avrebbe continuato a lavorare a stretto contatto fino all'ultimo suo giorno, consolidando con quella struttura un rapporto nato con il giudice Rocco Chinnici, impegnato in prima linea nella "sfida" con la Cosa Nostra.

Proprio dopo l'uccisione di Chinnici, Montana aveva dichiarato:
« A Palermo siamo poco più d'una decina a costituire un reale pericolo per la mafia. E i loro killer ci conoscono tutti. Siamo bersagli facili, purtroppo. E se i mafiosi decidono di ammazzarci possono farlo senza difficoltà. »

Tre giorni prima della morte di Montana, il 25 luglio 1985 la Catturandi aveva arrestato otto uomini di Michele Greco, che si era sottratto alla cattura.
Montana era anche dirigente della locale sezione del Sindacato Autonomo di Polizia.

Il 28 luglio 1985 venne ucciso a colpi di pistola (una 357 Magnum ed una calibro 38 con proiettili ad espansione) mentre era con la fidanzata a Porticello, frazione del comune di Santa Flavia.

Nel 1994, in occasione di un processo, il pentito di mafia Francesco Marino Mannoia (arrestato dallo stesso Montana pochi giorni prima dell'agguato di Porticello) disse che la decisione di uccidere Montana, l'unico poliziotto che "osava invadere il territorio di Ciaculli", sarebbe maturata a causa della già accennata voce circolata secondo la quale Montana e Cassarà avrebbero "impartito l'ordine di uccidere, prima della cattura, Pino Greco, Prestifilippo e Lucchese".


5/8/1985: Antonino Cassarà, vicequestore di Palermo e l’agente di polizia Roberto Antiochia.

Nato il 7 maggio 1947, Commissario della Polizia di Stato nella Questura di Reggio Calabria e poi a Trapani, dove ebbe modo di conoscere Giovanni Falcone. Fu poi Vice Questore Aggiunto in forza presso la Questura di Palermo e il vice dirigente della squadra mobile. Nel 1982 lavorava per le strade di Palermo insieme all'agente Calogero Zucchetto, nell'ambito delle indagini sui clan di Cosa nostra. In una di queste occasioni Cassarà e Zucchetto riconobbero i due killer latitanti Pino Greco e Mario Prestifilippo, ma non riuscirono ad arrestarli perché questi fuggirono.
Tra le numerose operazioni cui prese parte, molte delle quali insieme al commissario Giuseppe Montana, la nota operazione "Pizza Connection", in collaborazione con forze di polizia degli Stati Uniti.
Cassarà fu uno stretto collaboratore di Giovanni Falcone e del cosiddetto "pool antimafia" della Procura di Palermo e le sue indagini contribuirono all'istruzione del primo maxiprocesso alle cosche mafiose.

Il 6 agosto 1985, rientrando dalla questura nella sua abitazione di via Croce Rossa (al civico 81) a Palermo a bordo di un'Alfetta e scortato da due agenti, scese dall'auto per raggiungere il portone della sua abitazione quando un gruppo di nove uomini armati di fucile AK-47, appostati sulle finestre e sui piani dell'edificio in costruzione di fronte alla sua palazzina (al civico 77), sparò sull'Alfetta. L'agente Roberto Antiochia, che era uscito dall'auto per aprire lo sportello a Cassarà, venne violentemente colpito dagli spari e morì, e Natale Mondo restò illeso (ma sarebbe stato ucciso anch'egli il 14 gennaio 1988). Cassarà, colpito dai killer quasi contemporaneamente ad Antiochia, spirò sulle scale di casa tra le braccia della moglie Laura, accorsa in lacrime dopo aver visto l'accaduto insieme alla figlia dal balcone della propria abitazione. Antonino Cassarà è seppellito nel Cimitero di Sant'Orsola a Palermo.

Il 17 febbraio 1995, la terza sezione della Corte d'Assise di Palermo ha condannato all'ergastolo cinque componenti della Cupola mafiosa (Totò Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco, Bernardo Brusca e Francesco Madonia) come mandanti del delitto.
 

2/1/1988: ucciso Giuseppe Insalaco, sindaco di Palermo per pochi mesi, avversario politico di Lima e Ciancimino, aveva apertamente denunciato i condizionamenti dei vari comitati d'affari sul comune.  

Fu sindaco di Palermo per tre mesi dal 17 aprile al 13 luglio del 1984. Aveva denunciato a più riprese le collusioni tra politica e mafia. Fu ascoltato dalla commissione antimafia il 3 ottobre 1984 - insieme all'allora sindaco in carica Nello Martellucci - sulle ingerenze della mafia nella politica palermitana.
Denunciò le pressioni subite da Vito Ciancimino e dal suo entourage, che indicò come i gestori dei grandi appalti al comune di Palermo per conto della mafia, aggiungendo anche:
« Mi facevano trovare ogni mattina i mandati di pagamento sulla scrivania, confusi insieme alla posta ordinaria. Speravano che non me ne accorgessi, che firmassi quelle delibere insieme alle ricevute. Ogni delibera valeva decine di miliardi»
Due settimane dopo aver fatto queste dichiarazioni, l'automobile di Insalaco fu bruciata davanti alla sua abitazione.
Fu poi assassinato a colpi di pistola mentre si trovava in auto il 12 gennaio 1988
Dopo la sua morte fu trovato un memoriale in cui Insalaco accusava diversi esponenti della DC palermitana, e il sistema di gestione degli appalti e del potere cittadino.
Il 17 dicembre 2001 sono stati confermati in Cassazione gli ergastoli per Domenico Ganci e Domenico Guglielmini, riconosciuti responsabili dell'omicidio di Giuseppe Insalaco.

 

14/1/1988: a Palermo assassinato Natale Mondo, l’agente di polizia sopravvissuto all’agguato in cui avevano perso la vita Cassarà e Antiochia.

Fu ucciso dalla mafia nel 1988, a Palermo all'ingresso del negozio della moglie "il Mondo Dei Balocchi". Al momento della sua scomparsa si trovava in forza da pochi mesi presso la questura di Trapani.
Mondo si era arruolato in Polizia nel 1972, prestando servizio presso il reparto autonomo del Ministero dell'Interno e la Questura di Roma, Siracusa e Trapani dove conobbe Ninni Cassarà, che ne auspicò il trasferimento alla Squadra Mobile di Palermo, da lui diretta. Da allora fu per anni autista e braccio destro di Cassarà, partecipando a molte operazioni.
Sfuggì miracolosamente all’attentato del 6 agosto 1985, costato la vita allo stesso Cassarà e all’agente di scorta Roberto Antiochia, ma venne accusato da un pentito di essere corrotto, accuse che lo resero sospettato di avere fornito alla mafia le informazione sugli spostamenti del vicequestore, e per le quali fu arrestato ed incarcerato.
Mondo fu scagionato in seguito all'intervento della vedova Cassarà e di altri colleghi, che testimoniarono a suo favore che egli si era infiltrato nelle cosche mafiose del quartiere Arenella, ove era nato e risiedeva, dietro ordine dello stesso Cassarà. Ciò, di fatto, lo espose alla vendetta della mafia.
La Corte di Cassazione sentenzierà poi che ad uccidere Mondo furono Salvino Madonia e Agostino Marino Mannoia, condannandoli all'ergastolo. Sia Mannoia che un terzo killer (la cui identità non è stata accertata) scomparvero anch'essi, probabilmente uccisi col metodo della lupara bianca. Movente e mandanti dell'omicidio rimangono tutt'ora insoluti.
 

 25/9/1988: lungo la strada che porta da Canicattì a Palermo vengono assassinati il presidente di Corte d'Appello di Palermo Antonino Saetta e il figlio Stefano

 nel periodo 1985-86, fu Presidente della Corte d'Assise d'Appello di Caltanissetta ed è qui che si occupò, per la prima volta nella sua carriera, di un importante processo di mafia, quello relativo alla strage in cui morì il giudice Rocco Chinnici, e i cui imputati erano, tra gli altri, i "Greco" di Ciaculli, vertici indiscussi della mafia di allora, e pur tuttavia incensurati. Il processo si concluse con un aggravamento delle pene e delle condanne rispetto al giudizio di I' grado. 
Antonino Saetta fu poi nuovamente a Palermo, quale Presidente della I sez. della Corte d'Assise d'Appello. Qui si occupò di altri importanti processi di mafia, in particolare presiedette il processo relativo alla uccisione del capitano Basile, che vedeva imputati i pericolosi capi emergenti Vincenzo Puccio, Armando Bonanno, e Giuseppe Madonia.

 Pochi mesi dopo la conclusione di tale processo, e pochi giorni dopo il deposito della motivazione della sentenza che aveva condannato all'ergastolo gli imputati, Saetta fu assassinato, insieme con il figlio Stefano, il 25 settembre 1988, sulla strada Agrigento - Caltanissetta, di ritorno a Palermo, dopo avere assistito, a Canicatti, al battesimo di un nipotino.

Nel 1996 sono stati condannati all'ergastolo, dalla Corte d'Assise di Caltanissetta, per il duplice efferato omicidio, i capimafia Salvatore Riina, Francesco Madonia, e il killer Pietro Ribisi.La condanna, confermata nei successivi gradi di giudizio, è passata in giudicato.
Il movente dell'assassinio è stato ritenuto triplice: "punire" un magistrato che, per la sua fermezza nel condurre il processo Basile, e, prima, il processo Chinnici, aveva reso vane le forti pressioni mafiose esercitate; “ammansire” con un'uccisione eclatante, gli altri magistrati giudicanti allora impegnati in importanti processi di mafia; "Prevenire" la probabile nomina di un magistrato ostico, quale Antonino Saetta, a Presidente del cosiddetto Maxiprocesso d'appello alla mafia.

 

27/9/1988: a Trapani Mauro Rostagno, giornalista e sociologo.

Dopo l'attivismo nei movimenti sessantottin, in lotta continua, dopo aver fatto parte di alcune sette religiose, dalla metà degli anni ottanta lavora come giornalista e conduttore per l'emittente televisiva locale Radio Tele Cine (RTC). Attraverso la TV denuncia le collusioni tra mafia e politica locale.
Il 26 settembre 1988 paga la sua passione sociale e il suo coraggio con la vita: viene infatti assassinato per mano mafiosa, una sera, in un agguato in contrada Lenzi, all'interno della sua auto, una Fiat Duna DS bianca. Rostagno muore così all'età di 46 anni.

Bettino Craxi e Claudio Martelli, quest'ultimo presente al funerale di Rostagno, indicarono subito la responsabilità della mafia nell'omicidio, ma nel 1996 la procura di Trapani reagì all'indicazione della pista mafiosa, accusando i due esponenti socialisti di voler depistare le indagini.

Furono percorse ed abbandonate numerose e diverse piste.
A fine 2007, appena trascorso il diciannovesimo anniversario dalla sua uccisione, uno spiraglio di luce iniziò a riflettere sull'oscurità dell'omicidio, infatti, varie associazioni promossero una raccolta di firme da inviare al Presidente della Repubblica per chiedere la riapertura delle indagini. Sono state raccolte 10.000 firme.
Nel maggio 2009 a Vincenzo Virga, boss di primo piano del trapanese, è stato inviato un mandato di custodia cautelare in carcere, con l'accusa di essere il mandante del delitto.
A Trapani, dal febbraio 2011, è stato riaperto ed è tuttora in corso, il processo per la morte di Rostagno, dopo 23 anni dall'uccisione del giornalista per mano mafiosa.

 

21/9/1990: Rosario Livatino, 38 anni, sostituto procuratore della repubblica presso il tribunale di Agrigento, ucciso sulla strada a scorrimento veloce Caltanissetta-Porto Empedocle.

 nel 1978, dopo essersi classificato tra i primi in graduatoria nel concorso per uditore giudiziario, entrò in magistratura presso il Tribunale di Caltanissetta.
Nel 1979 diventò sostituto procuratore presso il tribunale di Agrigento e ricoprì la carica fino al 1989, quando assunse il ruolo di giudice a latere.
Nella sua attività si era occupato di quella che sarebbe esplosa come la Tangentopoli Siciliana ed aveva messo a segno numerosi colpi nei confronti della mafia, attraverso lo strumento della confisca dei beni.
Non molti giorni dopo la scoperta di legami mafia-massoneria, l'allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga lo definì Il giudice ragazzino.
Venne ucciso il 21 settembre del 1990 sulla SS 640 mentre si recava, senza scorta, in tribunale, per mano di quattro sicari assoldati dalla Stidda agrigentina, organizzazione mafiosa in contrasto con Cosa Nostra. Del delitto fu testimone oculare Pietro Nava, sulla base delle cui dichiarazioni furono individuati gli esecutori dell'omicidio.

.



 9/8/1991: cade in un agguato Antonino Scopelliti, sostituto procuratore in Cassazione. Da lì a poco avrebbe dovuto sostenere l'accusa nel primo maxi-processo a Cosa nostra. 

 « Il giudice è quindi solo, solo con le menzogne cui ha creduto, le verità che gli sono sfuggite, solo con la fede cui si è spesso aggrappato come naufrago, solo con il pianto di un innocente e con la perfidia e la protervia dei malvagi. Ma il buon giudice, nella sua solitudine, deve essere libero, onesto e coraggioso. »
 
Entrato in magistratura a soli 24 anni, ha svolto la carriera di magistrato requirente, iniziando come Pubblico Ministero presso la Procura della Repubblica di Roma, poi presso la Procura della Repubblica di Milano. Procuratore generale presso la Corte d'appello quindi, Sostituto Procuratore Generale presso la Suprema Corte di Cassazione. Seguì una eccezionale carriera, che lo portò ad essere il numero uno dei sostituti procuratori generali italiani presso la Corte di Cassazione. 
Si è occupato di vari maxi processi, di mafia e di terrorismo. Ha rappresentato, infatti, la pubblica accusa nel primo Processo Moro, al sequestro dell'Achille Lauro, alla Strage di Piazza Fontana ed alla Strage del Rapido 904. Per quest'ultimo processo, che si concluse in Cassazione nel marzo del '91, il procuratore Scopelliti aveva chiesto la conferma degli ergastoli inferti al boss della mafia Pippo Calò ed a Guido Cercola, nonché l'annullamento delle assoluzioni di secondo grado per altri mafiosi. Il collegio giudicante della Prima sezione penale della Cassazione, presieduto da Corrado Carnevale rigettò la richiesta della pubblica accusa, assolvendo Calò e rinviando tutto a nuovo giudizio.

Il magistrato fu ucciso il 9 agosto 1991, mentre era in vacanza in Calabria, sua terra d'origine, in località Piale (frazione di Villa San Giovanni, sulla strada provinciale tra Villa San Giovanni e Campo Calabro).
Quando fu ucciso stava preparando, in sede di legittimità, il rigetto dei ricorsi per Cassazione avanzati dalle difese dei più pericolosi esponenti mafiosi condannati nel primo maxiprocesso a Cosa Nostra

Si ritiene che per la sua esecuzione si siano mosse insieme la 'ndrangheta e Cosa Nostra, dopo che il magistrato rifiutò diversi tentativi di corruzione (il pentito Marino Pulito rivelò che a Scopelliti furono offerti 5 miliardi di lire italiane per "raddrizzare" la requisitoria contro i boss della Cupola siciliana).
Anche secondo i pentiti della 'ndrangheta Giacomo Lauro e Filippo Barreca, sarebbe stata la Cupola di Cosa Nostra siciliana a chiedere alla 'ndrangheta di uccidere Scopelliti, che avrebbe rappresentato la pubblica accusa in Cassazione nel maxi processo a Cosa nostra. Cosa nostra, in cambio del favore ricevuto, sarebbe intervenuta per fare cessare la seconda guerra di mafia che si protraeva a Reggio Calabria dall'ottobre 1985, quando fu assassinato il boss Paolo De Stefano. Nell'abitazione paterna di Scopelliti, dove il magistrato soggiornava durante le vacanze, furono trovati gli incartamenti processuali del maxiprocesso.

Per la sua uccisione furono istruiti e celebrati presso il Tribunale di Reggio Calabria ben due processi, uno contro Salvatore Riina e tredici boss della Cupola, ed un secondo procedimento contro Bernardo Provenzano ed altri nove boss della cosiddetta Commissione regionale di Cosa Nostra, tra i quali Filippo Graviano e Nitto Santapaola. Furono tutti condannati in primo grado nel 1996 e nel 1998 e successivamente assolti in Corte d'Appello nel 1998 e nel 2000 perché le accuse dei diciassette collaboratori di giustizia (cui si aggiunsero in un secondo momento quelle del boss Giovanni Brusca) vennero giudicate discordanti.

Dopo anni di stasi giudiziaria nei quali non si è riusciti ad assicurare alla giustizia i responsabili del delitto, l'11 luglio 2012 nel corso di un'udienza del processo "Meta" contro la 'ndrangheta a Reggio Calabria, il pentito della cosca De Stefano Antonino Fiume ha dichiarato che ad uccidere il giudice sarebbero stati due reggini su richiesta di Cosa nostra. Il collaboratore di giustizia, però, su invito del pubblico ministero non ha fatto i nomi dei presunti killer.





29/8/1991: ucciso Libero Grassi, imprenditore che rifiuta di pagare il pizzo agli esattori della mafia.

Dopo aver avuto alcuni problemi con la fabbrica di famiglia, viene anche preso di mira da Cosa nostra, che pretende il pagamento del pizzo. Libero Grassi ha il coraggio di opporsi alle richieste di racket della mafia, e di uscire allo scoperto denunciando gli estorsori. I suoi dipendenti lo aiutano facendo scoprire degli emissari, ma la situazione peggiora.
La condanna a morte di Grassi arriva con la pubblicazione sul Giornale di Sicilia di una lettera [2] sul suo rifiuto a cedere ai ricatti della mafia. La sua lotta prosegue in televisione, intervistato da Michele Santoro a Samarcanda su Rai 3, e anche dalla giornalista tedesca Katharina Burgi della svizzera Neue Zürcher Zeitung colpita dal suo comportamento positivo volto a denunciare i mafiosi. Libero Grassi fu lasciato solo nella sua lotta contro la mafia, senza alcun appoggio da parte dei suoi colleghi imprenditori, venendo infine assassinato il 29 agosto 1991. Il 26 settembre successivo Michele Santoro e Maurizio Costanzo gli dedicano una serata televisiva a reti unificate (Rai 3 e Canale 5. Per il suo omicidio sono stati condannati nel 2004 vari boss, tra cui Totò Riina, Bernardo Provenzano e Pietro Aglieri.


23/5/1992, ore 17:58: strage di Capaci (sull'autostrada Palermo-Punta Raisi), muoiono Giovanni Falcone, già magistrato a Palermo, la moglie Francesca Morvillo, anche lei magistrato e gli agenti di scorta Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani, superstite l'agente Giuseppe Costanza che viaggiava sull'automobile guidata da Falcone.
  





" Si muore generalmente perché si è soli 
 perché si è entrati in un gioco troppo grande.

Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, 

perché si è privi di sostegno.

In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato 

che lo Stato non è riuscito a proteggere."

Giovanni Falcone


 19/7/1992, ore 13:45: strage di via D'Amelio (Palermo), muoiono il giudice Paolo Borsellino e gli agenti di scorta Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Cosina, Claudio Traina ed Emanuela Loi, prima donna poliziotto ad aver perso la vita in un attentato della mafia.




« Io accetto la... ho sempre accettato il... più che il rischio, la... condizione, quali sono le conseguenze del lavoro che faccio, del luogo dove lo faccio e, vorrei dire, anche di come lo faccio. Lo accetto perché ho scelto, ad un certo punto della mia vita, di farlo e potrei dire che sapevo fin dall'inizio che dovevo correre questi pericoli.
Il... la sensazione di essere un sopravvissuto e di trovarmi in, come viene ritenuto, in... in estremo pericolo, è una sensazione che non si disgiunge dal fatto che io credo ancora profondamente nel lavoro che faccio, so che è necessario che lo faccia, so che è necessario che lo facciano tanti altri assieme a me.
E so anche che tutti noi abbiamo il dovere morale di continuarlo a fare senza lasciarci condizionare... dalla sensazione che, o financo, vorrei dire, dalla certezza, che tutto questo può costarci caro. »



NdR: purtroppo a questa pagina vanno aggiunte ancora tante storie...